Questo libro nasce da una domanda che mi accompagna da anni: quanto della nostra vita scegliamo davvero?
Non quanto crediamo di scegliere. Quanto scegliamo davvero.
Scegliamo l’energia che utilizziamo? Scegliamo il cibo che mangiamo? Scegliamo il modo in cui vengono raccolti e utilizzati i nostri dati? Scegliamo il territorio in cui viviamo, il nostro rapporto con il corpo, il tempo, la tecnologia, le persone? Oppure, molto più semplicemente, scegliamo all’interno di possibilità già predisposte da altri?
OFF GRID. La libertà di scegliere nasce da qui.
È un libro che volevo scrivere da molto tempo e che ha trovato una forma più precisa negli ultimi anni, quando alcune esperienze, letture e incontri hanno cominciato a comporre lo stesso disegno.
Una delle letture fondamentali è stata Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff. Un libro enorme, nel senso letterale e intellettuale del termine, che mi ha costretto a osservare con occhi diversi ciò che ormai consideriamo normale: la nostra vita trasformata in dati, i nostri comportamenti misurati, previsti, elaborati, fino a diventare materia prima di un sistema economico fondato sulla capacità di conoscerci e anticiparci. Nel mio libro parto proprio da questa contraddizione: la rete ci offre servizi, velocità, comodità, connessioni; nello stesso tempo può sottrarci attenzione, autonomia e capacità decisionale.
A questa vanno sommate le provocazioni del filosofo della contemporaneità, Byung Chul Han, con i suoi pamphlet densi e intensi che accompagnano le inquietudini con cui assistiamo all'evolversi e al dispiegarsi della società del controllo.
Poi sono arrivate le lunghe chiacchierate del maggio 2025 con Diego Fusaro, conversazioni che hanno contribuito a rendere ancora più urgente una questione: come si difende uno spazio di libertà personale in un sistema che tende ad assorbire ogni cosa?
E infine c’è la stima e la frequentazione ventennale di un’esperienza concreta: il PER, il Parco dell’Energia Rinnovabile di Alessandro Ronca.
Lì ho visto qualcosa che per me è stato decisivo. Ho visto che “off grid” non deve necessariamente significare fuga, isolamento o rifiuto della contemporaneità. Può significare esattamente il contrario: acquisire competenze sufficienti per scegliere il proprio grado di dipendenza.

Ed è questa la tesi centrale del libro.

Off grid non significa scomparire.

Non significa seppellire il telefono in giardino, rinunciare alla tecnologia, ritirarsi su una montagna e considerare il resto dell’umanità perduto. Nel libro lo dico molto chiaramente: non è un manuale di sopravvivenza e non è un elogio della vita selvatica. La questione è imparare a entrare e uscire dalle reti, riconoscendo quali ci servono, quali ci rendono più forti e quali, invece, ci rendono più dipendenti.

Perché di fronte a un sistema sempre più pervasivo vedo due strade.

La prima è quella dell’eremitismo.

Ed è una strada che considero pericolosissima.

Perché l’isolamento può facilmente trasformarsi da gesto di libertà in una nuova prigione. Uscire da ogni relazione, da ogni infrastruttura, da ogni scambio significa spesso perdere anche ciò che rende possibile una libertà reale: la comunità, la cooperazione, il sapere condiviso, il confronto, la possibilità di incidere sul mondo.

L’altra strada è più difficile, ma infinitamente più interessante.

È quella delle competenze.
Imparare.
Capire.
Saper fare.
Saper scegliere.
Non delegare automaticamente tutto ciò che riguarda la nostra esistenza.
Se non so nulla dell’energia che consumo, dipendo completamente da chi la produce.
Se non so nulla del cibo che mangio, dipendo completamente da chi lo coltiva, lo trasforma e lo distribuisce.
Se non comprendo il funzionamento delle piattaforme digitali, non utilizzo semplicemente uno strumento: divento parte dello strumento.
Se non so più riparare, coltivare, conservare, orientarmi, collaborare, distinguere un’informazione da una manipolazione o comprendere una nuova tecnologia, la mia libertà diventa inevitabilmente più piccola.

Per questo OFF GRID non propone l’autarchia. Propone qualcosa di molto più concreto: la libertà di modulare il proprio grado di dipendenza.
Il libro è quindi anche un lungo viaggio nella storia.
Una genealogia di uomini e comunità che, in epoche diversissime, hanno cercato di costruire spazi di autonomia: eremi, comunità intenzionali, territori marginali, esperienze di autosufficienza, modelli cooperativi. Non per celebrare romanticamente il passato, ma per capire che il desiderio di sottrarsi a un potere troppo invasivo accompagna l’umanità da secoli.

Da quella storia si arriva però al presente.
E il presente è fatto di tecnologie.
Fotovoltaico, sistemi di accumulo, comunità energetiche, raccolta e gestione dell’acqua, bioedilizia, agricoltura, filiere corte, mobilità, reti digitali, privacy, intelligenza artificiale, robotica, sensori.
Il punto non è essere contro la tecnologia.
Il punto è capire chi controlla chi.
Una tecnologia può renderci più dipendenti oppure più autonomi.
Può sostituire una competenza oppure amplificarla.
Può concentrare il potere oppure distribuirlo.
Può renderci consumatori passivi oppure persone capaci di fare cose che prima non riuscivamo a fare.
Nel libro ritorna continuamente questa distinzione: tecnologia come amplificatore delle capacità umane, non come sostituto delle facoltà umane.
È per questo che il viaggio attraversa ambiti apparentemente molto diversi.
Parlo di energia, perché produrre anche solo una parte di ciò che consumiamo cambia radicalmente il nostro rapporto con il sistema.
Parlo di alimentazione, perché sapere da dove arriva ciò che mangiamo significa recuperare una relazione con il territorio e con chi lo coltiva.
Parlo di benessere fisico, perché anche il corpo può diventare completamente dipendente da sistemi che abbiamo smesso di comprendere.
Parlo del territorio, perché scegliere dove vivere, capire l’acqua, il clima, le risorse, la mobilità e la qualità delle relazioni significa tornare ad abitare un luogo anziché semplicemente occupare un indirizzo.
Parlo delle relazioni umane, della necessità di ricostruire cooperazione, capacità di risolvere conflitti e rapporti non continuamente mediati da piattaforme, interessi o prestazioni.
E parlo inevitabilmente delle nuove tecnologie.
Perché qui c’è forse uno degli errori più grandi del nostro tempo.
Abbiamo consegnato troppo facilmente intelligenza artificiale, robotica, sensori, finanza e automazione alla narrazione del controllo.
Come se queste tecnologie potessero essere soltanto strumenti nelle mani delle grandi piattaforme.

Non è così.

Le stesse tecnologie possono diventare strumenti per decentralizzare, produrre localmente, monitorare risorse, proteggere territori, aiutare piccole comunità, sostenere mestieri in crisi, recuperare competenze antiche e renderle nuovamente praticabili.

Un robot può essere la macchina che sostituisce un lavoratore.
Ma può anche essere la macchina che permette a un apicoltore, a un agricoltore, a un forestale o a un artigiano di continuare a svolgere un mestiere che, senza aiuto tecnologico, rischierebbe di scomparire.

L’intelligenza artificiale può essere utilizzata per profilare un consumatore.
Oppure può diventare il secondo cervello di una piccola impresa, di una comunità, di un professionista, di un cittadino che vuole recuperare capacità decisionale.

La differenza non la fa la macchina.
La differenza la fanno la proprietà, la conoscenza, l’accessibilità e le competenze di chi la utilizza.
Ecco perché questo libro si chiama La libertà di scegliere.
Perché alla fine tutta la riflessione porta lì.
Non alla libertà astratta.
Non alla libertà proclamata.
Alla libertà concreta di sapere che esiste più di una possibilità.
Il libro attraversa energia, cibo e risorse, dati e informazione, tempo, spazio e relazioni, mantenendo come fili conduttori l’autonomia, la comunità e una tecnologia che aumenti le capacità umane invece di sostituirle.

OFF GRID non è quindi un libro su come uscire dalla società.
È un libro su come non esserne prigionieri.
Stare fuori quando è necessario.
Stare dentro quando è utile.
Essere connessi, ma non posseduti dalla connessione.
Utilizzare la tecnologia, senza diventarne una funzione.
Vivere in una comunità, senza perdere la propria autonomia.
Produrre, imparare, riparare, coltivare, collaborare.
Recuperare competenze.

Perché forse la forma più potente di libertà che ci resta è anche la più semplice: sapere che possiamo ancora scegliere.

OFF GRID. La libertà di scegliere
Viaggio tra le scelte possibili per costruire il tuo spazio libero dal controllo
Alessandro Acito
Edizioni Pensiero Libero – 2026
ISBN 979-12-243-4901-3