Posso parlare dell’AI come un superpotere sostenibile?
Posso farlo se mostro che ho le stigmate NoVax, che ho lottato pubblicamente contro il Green Pass?
Posso farlo se dimostro che sono ProPal, che sono sceso in piazza, che ho organizzato incontri sulla Palestina, che mi sono esposto pubblicamente e che per le mie posizioni mi sono attirato anche querele e contestazioni da parte di sostenitori di Israele?
Basta? Ho ottenuto il patentino?
Posso finalmente parlare?
Perché ho sempre più l’impressione che nel nostro Paese non sia mai morto il Green Pass. Abbiamo semplicemente imparato a costruirne altri. Chi si è mortificato per la sua esclusione dalla vita sociale pare aver assimilato il principio dell'ostracismo.
Green Pass culturali.
Green Pass ideologici.
Green Pass identitari.
Prima di ascoltare ciò che una persona dice, le chiediamo da quale parte stia. Prima di valutare un ragionamento, vogliamo sapere a quale tribù appartenga. Prima di discutere una tecnologia, una guerra, una trasformazione sociale o una scelta politica pretendiamo una dichiarazione preventiva di appartenenza.
Sei dei nostri? Parola d'ordine!
Hai combattuto le mie battaglie? Dimostralo!
Hai abbastanza cicatrici per avere diritto di parola? Fammele vedere!
È una forma di conformismo molto più pericolosa di quanto sembri. Perché quando il pensiero critico si trasforma in appartenenza, smette lentamente di essere pensiero critico.
E il paradosso è che proprio un mondo nato opponendosi alla costruzione di un pensiero unico rischia oggi di costruirne uno proprio.
Lo vedo accadere sull’Intelligenza Artificiale.
Quante persone conosco che durante gli anni del Green Pass chiedevano di dubitare delle narrazioni dominanti, di cercare le fonti, di comprendere gli interessi economici dietro le tecnologie e di non consegnare ciecamente il proprio destino alle grandi corporation?
Oggi, davanti all’AI, molte tra loro hanno sostituito l'analisi con un nuovo riflesso pavloviano:
AI uguale multinazionali.
AI uguale controllo.
AI uguale disoccupazione.
AI uguale data center.
AI uguale inquinamento.
Quindi AI uguale male.
Troppo facile. E soprattutto troppo comodo.
E' vero, i giganteschi data center consumano energia. Consumano acqua. Richiedono infrastrutture, semiconduttori, reti, territorio e risorse. La concentrazione della capacità computazionale nelle mani di pochissime aziende è un problema politico enorme.
Ma da quando l'esistenza di un problema dentro una tecnologia costituisce una ragione sufficiente per rinunciare a quella tecnologia?
L'automobile inquina: abbiamo smesso di muoverci?
Internet consuma quantità gigantesche di energia: abbiamo spento la rete?
I social hanno determinato la costruzione di datacenter e l'accumulazione di dati. E quindi non li usate?
La produzione industriale modifica gli ecosistemi: abbiamo rinunciato a produrre?
Oppure abbiamo cercato tecnologie migliori, sistemi più efficienti, energie differenti, decentralizzazione, regolazione e controllo?
La vera domanda sull'Intelligenza Artificiale non dovrebbe essere: AI sì o AI no?
La domanda vera è: quale AI, controllata da chi, alimentata come, installata dove, addestrata con quali dati e al servizio di quale progetto di società?
Questa è una domanda politica. E forse anche una domanda libertaria.
Rinunciare all'AI significa davvero combattere il potere delle elités?
Immaginiamo per un momento di seguire la strada proposta da questo nuovo luddismo ipocrita.
Noi rinunciamo all'AI. Non la studiamo. Non impariamo a installare modelli locali. Non sappiamo costruire sistemi autonomi. Non comprendiamo gli agenti. Non impariamo a utilizzare robotica e automazione. Non costruiamo nostri dataset. Non impariamo come funzionano i modelli. Non costruiamo infrastrutture indipendenti.
Chi continuerà invece a farlo?
Google. Microsoft. Amazon. Meta. OpenAI. Le multinazionali. I grandi fondi. Gli apparati militari. Le grandi aziende.
In altre parole, esattamente quei soggetti dei quali diciamo di voler limitare il potere.
È a dir poco una strategia curiosa. Per paura che qualcuno possieda il fuoco, decidiamo di non imparare ad accenderlo. E lasciamo che sia soltanto lui a possederlo.
Per questo motivo continuo a utilizzare una metafora che considero potentissima: Prometeo deve riportare il fuoco a casa.
L'Intelligenza Artificiale non deve appartenere soltanto ai grandi laboratori della Silicon Valley.
Deve entrare nelle piccole imprese, negli studi professionali, nei laboratori artigiani, nelle aziende agricole, nelle cooperative, nelle associazioni, nelle scuole, nelle comunità.
Non per sostituire l'uomo, ma per aumentarne le possibilità.
Io considero l'AI un secondo cervello e non perché pensi al posto mio. Esattamente il contrario.
Mi permette di dedicare più tempo a ciò che soltanto io posso fare.
Posso analizzare migliaia di pagine, posso confrontare documenti ed organizzare informazioni. Posso produrre bozze e posso programmare. Creare un'immagine, un video, una simulazione ed automatizzare lavori ripetitivi.
Posso interrogare archivi immensi.
Posso utilizzare competenze che prima avrebbero richiesto dieci specialisti differenti.
Questo significa una cosa che chi si dichiara nemico delle concentrazioni di potere dovrebbe comprendere perfettamente: abbassamento delle barriere di accesso.
Una piccola organizzazione può fare cose che fino a pochi anni fa poteva permettersi soltanto una grande organizzazione e un professionista può costruire strumenti che avrebbe dovuto commissionare a un'intera software house.
Un'associazione piccola come la nostra può produrre comunicazione che avrebbe richiesto un'agenzia e un ricercatore indipendente può attraversare una quantità di documentazione che avrebbe richiesto mesi.
Un piccolo imprenditore può analizzare dati, costruire processi e automatizzare attività che precedentemente erano patrimonio esclusivo delle grandi strutture.
Questo non significa per forza libertà, ma è certamente potenziale di emancipazione e dipende da come lo utilizziamo.
Forse è proprio ciò di cui abbiamo paura... comprendere e sapere.
E se poi l'AI non vivesse tutta nel cloud? E qui arriviamo a un'altra gigantesca semplificazione.
Quando diciamo AI immaginiamo quasi sempre un enorme cervello dentro un enorme data center a stelle e strisce al quale inviamo tutto.
Ma non deve necessariamente essere così. E' una banalizzazione.
Esistono modelli locali. Esiste l'edge computing. Esistono modelli piccoli e specializzati.
Esistono sistemi nei quali i dati sensibili non abbandonano l'organizzazione. Architetture ibride nelle quali il cloud viene utilizzato per alcune operazioni e una macchina locale per altre.
È quello che da tempo definisco approccio Local + Cloud.
Il cloud può essere straordinariamente potente per la conoscenza generale e per i calcoli più complessi.
Il sistema locale può invece custodire documenti, memoria privata, procedure, conoscenza aziendale e informazioni riservate.
Nel futuro un'organizzazione intelligente non consegnerà necessariamente tutto a una gigantesca macchina remota.
Si possono costruire piccoli cervelli e collegarli quando serve oppure scollegarli quando non servono.
Si potrà consumare capacità computazionale proporzionalmente al lavoro necessario ed utilizzare energia rinnovabile, recuperare calore, costruire micro-infrastrutture.
Si potrà portare capacità computazionale vicino alle persone e ai luoghi nei quali viene utilizzata.
Questa non è soltanto tecnologia. È sovranità digitale.
E se poi, infine, non si volesse scegliere? Se avere paura e demonizzare avesse lo stesso valore della "caccia alle streghe"? Condanno e brucio solo perchè non capisco di cosa si parla....
La stessa contraddizione appare parlando di robotica.
La vulgata dice: arrivano i robot, scompare il lavoro.
Ma esiste un altro problema di cui parliamo pochissimo. Ci sono lavori che stanno già scomparendo senza bisogno dei robot. Potatori,apicoltori, manutentori forestali. agricoltori specializzati, artigiani, falegnami, lavoratori forestali, etc.
Professioni che richiedono conoscenze trasmesse attraverso generazioni. Interi territori stanno perdendo persone capaci di prendersene cura. I figli studiano, giustamente, e si trasferiscono. Il lavoro dei padri è molto faticoso e scelgono altri lavori. E quindi i maestri invecchiano, il sapere scompare, i territori si svuotano e non vengono più presidiati.
E se la robotica e la IoT fossero una soluzione? Immaginate queste professioni che possono dotarsi di tecnologia che ne allevi il lavoro fisico, se potessero custodire il loro sapere e potessero interrogarlo velocemente per risolvere problemi. Un drone potenziato in Jev può controllare e monitorare ettari di bosco senza sostituire chi conosce quel bosco. Un sistema di visione artificiale può individuare una malattia delle piante aiutando l'agricoltore a prevenirla e curarla in tempi rapidi.
Sensori e AI possono controllare acqua, temperatura e condizioni del terreno.
Robot possono svolgere le attività più pesanti e pericolose lasciando all'artigiano la competenza e la strategia.
Un'apicoltura aumentata dalla tecnologia può monitorare gli alveari senza distruggere il sapere dell'apicoltore.
Un "Digital Master" può preservare tecniche, procedure, gesti, racconti e conoscenze di un maestro prima che vadano perduti.
È una prospettiva completamente diversa. Innovare per preservare senza cancellare il passato.
Certo, occorre la cosa più complessa: la competenza.
Forse dovremmo ricordarci dell'Umanesimo, di come e perchè è nato.
C'è qualcosa di ironico nel fatto che chi oggi difende l'uomo dalla macchina finisca qualche volta per assumere una posizione profondamente antiumanistica. Perché l'Umanesimo non nacque dalla paura del nuovo, bensì da una gigantesca riappropriazione del sapere.
Gli umanisti recuperarono testi antichi, impararono lingue, confrontarono manoscritti, inventarono strumenti critici. E così cominciarono a sostenere una cosa rivoluzionaria: l'uomo poteva conoscere, studiare, verificare e creare.
Poteva intervenire sulla realtà.
E fu una tecnologia a diffondere questi valori: la stampa a caratteri mobili.
La conoscenza, che per secoli era rimasta ancorata a discussioni "sterili" su Dio e la natura del creato, controllata e strumento persecutorio nelle mani di pochissimi soggetti, cominciò a diffondersi e ad incoraggiare l'acquisizione di competenze e la diffusione del bello e del modello classico, contrapposto alle forme ieratiche.
Naturalmente anche quella tecnologia poteva essere usata per propagare menzogne e produrre propaganda, per consolidare il potere e diffondere fanatismi.
Avremmo dovuto proibire la stampa? Oppure meglio incoraggiare la lettura?
L'Umanesimo non fu soltanto la riscoperta dei classici, ma una nuova fiducia nella capacità dell'uomo di entrare nel sapere e trasformarlo.
Oggi potremmo trovarci davanti a un passaggio altrettanto radicale perchè una gigantesca quantità di conoscenza e di capacità operative può diventare interrogabile attraverso il linguaggio naturale.
E questa cosa cambierà il mondo indipendentemente dal fatto che ci piaccia.
Per questo mi inquieta osservare la nascita di un'altra ortodossia.
Se sostieni una certa battaglia puoi parlare.
Se non la sostieni, no.
Se sei contro il Green Pass appartieni alla mia comunità, ma se poi dici che l'Intelligenza Artificiale può essere una straordinaria opportunità improvvisamente diventi sospetto. Ti hanno avvelenato il pozzo.
È lo stesso meccanismo che abbiamo contestato. Cambiano soltanto i guardiani.
Io non voglio un mondo nel quale per parlare di vaccini e del mio approccio alla salute personale devo possedere il patentino giusto.
Non voglio un mondo nel quale per parlare della Palestina devo mostrare la spilletta con l'anguria e la bandiera sul balcone.
E non voglio, pertanto, costruire un mondo nel quale per parlare di tecnologia devo prima dimostrare di odiarla.
La libertà di pensiero comincia proprio quando siamo disposti ad ascoltare un'idea che arriva dalla persona che presumiamo essere "sbagliata". Le diamo l'opportunità di educarci reciprocamente.
Altrimenti abbiamo semplicemente sostituito un conformismo con un altro.
Chi controllerà il nuovo fuoco?
Io non ho mai difeso Microsoft, OpenAI, Google.
Non ho in camera mia i poster di Sam Altman, Elon Musk e affini.
Mi interessa solo il potenziale di questa tecnologia?
Perché se davvero temiamo una società nella quale pochissime strutture controllino informazione, energia, capacità computazionale, comunicazione e automazione, la risposta non può essere diventare tecnologicamente analfabeti.
E soprattutto non può essere delegare istituzioni che si sono già rivelate abbondantemente compromesse. Se rinunciamo a comprendere una tecnologia, consegniamo quella tecnologia a qualcuno che la comprenderà al posto nostro.
Ogni grande trasformazione tecnologica produce paura perché le tecnologie modificano gli equilibri e distruggono lavori. Ma ne creano altri.
Possono concentrare potere, ma anche redistribuirlo.
Una società libera non può scegliere l'ignoranza come forma di autodifesa.
Io non vivrò nella caverna per paura di ciò che esiste fuori. Voglio capire e possibilmente portarmi a casa il fuoco.
Per questo continuerò a parlare dell'Intelligenza Artificiale come di un possibile superpotere.
Non credo alla favola secondo cui la tecnologia risolverà magicamente i problemi dell'umanità.
Un martello può costruire o distruggere.
La vera sfida non è fermare l'Intelligenza Artificiale, ma far sì che'uomo torni padrone dei propri strumenti.
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Posso parlare dell’AI come un superpotere sostenibile?
Oppure no, perchè serve un nuovo green pass?
